Guida
Welfare aziendale negli enti locali: norme, CCNL e Comuni
Pubblicato:

In sette anni i Comuni italiani rischiano di perdere circa 175mila dipendenti, metà della loro forza lavoro, stando alle stime della ricerca IFEL Il personale dei Comuni italiani. Edizione 2025, ripresa da Percorsi di Secondo Welfare. A pesare sulla capacità da parte degli enti locali di attrarre e trattenere i talenti pesano soprattutto i pensionamenti - circa 10mila l'anno - e le dimissioni di chi trova stipendi migliori altrove.
Fino a poco tempo fa gli enti locali avevano avuto pochi strumenti per rispondere al deficit di attrattività rispetto al privato e alla Pubblica amministrazione. Il salario accessorio era bloccato e con lui buona parte delle risorse che nel privato finanziano il welfare aziendale. Tra il 2025 e il 2026 il quadro è cambiato: un decreto, una circolare della Ragioneria generale dello Stato, un chiarimento dell'Agenzia delle Entrate e due contratti nazionali hanno dato agli uffici del personale di comuni, province e regioni nuove leve di competitività.
Questa guida è pensata per chi, dentro un ente, deve trasformare quelle norme in un accordo integrativo. Ricostruisce come si finanzia oggi il welfare e a quali condizioni, mettendo poi in fila le scelte concrete dei Comuni che lo hanno già introdotto, da Lecco a Zoagli.
Perché il welfare negli enti locali era bloccato: il tetto al salario accessorio
Il CCNL Funzioni Locali 2019-2021 prevedeva già il welfare aziendale all'art. 82, finanziato con il Fondo risorse decentrate. Il limite stava nelle risorse, e soprattutto nello spazio per aggiungerne.
Il motivo è il tetto fissato dalla riforma Madia: l'art. 23, comma 2, del d.lgs. 75/2017 impedisce che il salario accessorio superi l'importo stanziato da ciascun ente nel 2016. Per anni la giurisprudenza contabile si è divisa sulla possibilità di tenere il welfare fuori da quel limite (vedi la nota qui sotto). La Legge di Bilancio 2025 (l. 207/2024, art. 1, comma 124) ha poi riportato sotto il tetto le risorse aggiunte al Fondo per il welfare, salvo quelle previste da specifiche disposizioni di legge o da previgenti norme di contratto nazionale (fonte: Le Autonomie).
Il risultato è che, fino al 2025, chi voleva finanziare il welfare doveva togliere risorse alla produttività o alle progressioni.
Nota - Il contrasto in Corte dei conti. Le sezioni regionali di Lombardia e Piemonte escludevano il welfare dal limite, e così inizialmente quella della Liguria, che nel 2024 ha cambiato orientamento; la Ragioneria generale dello Stato lo includeva. La Sezione delle autonomie, con la deliberazione n. 17/2024, aveva dato ragione alla prima lettura, prima che la Legge di Bilancio 2025 intervenisse sul punto.
Come si finanzia il welfare negli enti locali: Decreto PA e circolare RGS
La svolta arriva con l'art. 14, comma 1-bis, del d.l. 25/2025 (il cosiddetto Decreto PA), convertito dalla legge 69/2025. La norma consente a regioni, province, città metropolitane e comuni di aumentare la parte stabile del Fondo risorse decentrate in deroga al tetto del 2016.
Il 27 giugno 2025 la Ragioneria generale dello Stato ha spiegato come farlo con la circolare prot. n. 175706, commentata dal Bollettino ADAPT e da Le Autonomie. Le condizioni principali sono quattro:
Soglia del 48%: l'incremento è possibile solo se la parte stabile del Fondo, sommata alle risorse per le Elevate Qualificazioni, pesa meno del 48% della spesa 2023 per gli stipendi tabellari. Il Fondo può crescere fino a quella soglia.
Capacità assunzionale: l'ente deve restare entro i valori soglia dell'art. 33 del d.l. 34/2019. L'aumento fa crescere la spesa di personale e riduce gli spazi per nuove assunzioni.
Sostenibilità pluriennale: l'incremento è strutturale e pesa ogni anno sul bilancio, quindi va verificato sull'equilibrio di più esercizi. Si può applicare anche in modo graduale, per quote annuali; una volta raggiunto il limite massimo, con questa norma la parte stabile non si può più incrementare.
Asseverazione dei revisori: l'organo di revisione certifica il rispetto delle condizioni. Se l'ente non indica la maggiore spesa nel Conto annuale, il 25% delle risorse incrementali diventa indisponibile.
Secondo la RGS, la parte stabile incrementata può finanziare istituti permanenti: tra questi figura esplicitamente il welfare integrativo previsto dall'art. 82, comma 2, del CCNL 2019-2021. Resta invece soggetta al tetto del 2016 la parte variabile del Fondo. È la prima volta che gli enti hanno una fonte stabile, fuori dal tetto, da destinare al welfare del personale.
La misura riguarda solo il personale non dirigente e resta a carico dei bilanci locali. Per Ministeri e Presidenza del Consiglio il Decreto PA ha previsto un fondo statale di 190 milioni l'anno, mentre i Comuni pagano con risorse proprie: per gli enti in dissesto o in difficoltà il margine resta stretto.

Il welfare finanziato con il Fondo risorse decentrate concorre al reddito?
Con la consulenza giuridica n. 956-32/2026 del 5 giugno 2026, rilasciata su richiesta dell'ARAN, l'Agenzia delle Entrate ha chiarito che il welfare finanziato con il Fondo risorse decentrate non concorre al reddito di lavoro dipendente, se rientra nei casi dell'art. 51, comma 2, e comma 3, ultimo periodo, del TUIR (fonte: Segretari comunali). Per gli enti è la conferma che le regole fiscali del welfare aziendale valgono anche nel pubblico.
Valgono quindi anche le condizioni consuete. Le misure devono essere offerte alla generalità dei dipendenti o a categorie di dipendenti, senza erogazioni ad personam, e il regime di favore si perde quando il welfare sostituisce somme che spetterebbero come retribuzione, fissa o variabile. Secondo la consulenza la fonte di finanziamento è irrilevante, e lo stesso regime si applica al welfare pagato con i residui del Fondo dell'anno precedente o con i residui delle risorse per lo straordinario, che una volta destinati al welfare perdono la natura retributiva originaria.
La consulenza riguarda le imposte sui redditi e non tratta il profilo contributivo: su quello, e sul paniere concreto dell'ente, conviene sentire il proprio consulente.
Cosa prevede il CCNL Funzioni Locali sul welfare integrativo
Il 2026 ha visto ben due rinnovi del contratto collettivo nazionale di lavoro delle Funzioni Locali, che interessa il personale Comuni, Unioni di Comuni, Comunità Montane, Province, Città Metropolitane, Regioni, Camere di Commercio ed Enti Parco. In scia a quanto avvenuto a livello normativo, anche in queste sedi il ruolo del welfare è stato promosso e incentivato.
CCNL Funzioni Locali 2022-2024: le misure di welfare dell'art. 45
Il 23 febbraio 2026 l'ARAN e i sindacati hanno firmato in via definitiva il CCNL Funzioni Locali 2022-2024, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 15 aprile 2026. L'art. 45 riprende il vecchio art. 82 e affida alla contrattazione integrativa la scelta delle misure:
Sostegno al reddito della famiglia
Supporto all'istruzione e alla formazione dei figli
Contributi per attività culturali, ricreative e sociali
Anticipazioni, sovvenzioni e prestiti per chi è in difficoltà economica
Polizze sanitarie integrative del Servizio sanitario nazionale
Incentivi alla mobilità sostenibile
Altri beni e servizi fiscalmente agevolati, che non concorrono al reddito
Attivare il welfare resta una scelta di ciascun ente. Il contratto ne mette in ordine gli strumenti e, come nota Percorsi di Secondo Welfare, lo incentiva lasciando invariate "le regole del gioco".
CCNL Funzioni Locali 2025-2027: le novità sul welfare
Solo pochi mesi dopo, il 28 ottobre 2026 è arrivata la firma definitiva del CCNL Funzioni Locali 2025-2027, dopo l'ipotesi di accordo del 21 luglio. Il contratto riguarda 403.617 dipendenti di regioni, comuni, province, camere di commercio e altri enti del comparto.
Secondo la Cisl Fp, il nuovo contratto introduce una disciplina più organica del welfare integrativo, con incentivi alla mobilità sostenibile e benefici esclusi dal reddito. Le risorse potranno arrivare anche da residui del Fondo degli anni precedenti e da economie previste dalla normativa: nella preintesa di luglio la regola stava all'art. 38, numerazione da confermare sul testo definitivo. Sul piano fiscale, la consulenza dell'Agenzia delle Entrate ha già chiarito che il welfare pagato con i residui mantiene lo stesso regime. Gli aumenti medi sono di circa 150 euro lordi al mese a regime dal 2027, che sommati al contratto precedente si avvicinano ai 300 euro.
Cambia anche il Fondo: dal 2027 la parte stabile sarà consolidata sul Fondo 2026 certificato dai revisori. In più, la Legge di Bilancio 2026 istituisce per i Comuni un fondo statale per il salario accessorio del personale non dirigente: 50 milioni nel 2027 e 100 milioni l'anno dal 2028. Il riparto tra i Comuni è affidato a un decreto del Ministro dell'interno, di concerto con il Ministro per la pubblica amministrazione, sulla base dei criteri fissati dal contratto nazionale: finché il decreto non c'è, le singole quote restano da definire. Toccherà alla contrattazione decentrata trasformare queste possibilità in misure concrete.

Esempi di welfare aziendale nei Comuni: importi e misure
Le prime amministrazioni si sono mosse nell'autunno 2025, pochi mesi dopo la circolare RGS. Nel 2026 il fenomeno si è allargato a Comuni di ogni dimensione, dai capoluoghi ai piccoli centri.
Lecco: 1.000 euro l'anno per dipendente
Il 14 novembre 2025 il Comune di Lecco ha firmato con Rsu e Cgil, Cisl e Uil la pre-intesa sul contratto collettivo integrativo 2025-2027 (Prima Lecco). L'accordo aggiunge 300mila euro al Fondo risorse decentrate.
Le risorse finanziano un piano di flexible benefit da 1.000 euro l'anno per dipendente, esteso ai familiari. Ognuno sceglie tra servizi sanitari e previdenziali, formazione, trasporto pubblico locale, attività sportive, culturali e ricreative.
Perugia: 400mila euro l'anno di risorse stabili
A Perugia, riferisce La Nazione, l'accordo firmato il 5 dicembre 2025 destina al welfare 400.500 euro l'anno della parte stabile del Fondo, a partire dal 2025. Ogni avente diritto riceve un budget individuale, calcolato dividendo il totale per il numero dei beneficiari: circa 400 euro a testa per mille dipendenti non dirigenti. Per chi è in part-time l'importo è riproporzionato.
Il budget si usa su una piattaforma dedicata, a carico dell'ente, per:
Previdenza integrativa
Rimborso di spese mediche e socio-assistenziali
Rimborso di spese scolastiche
Abbonamenti al trasporto pubblico
Servizi alla persona, cultura, sport e tempo libero
Nel 2025 potevano accedere i dipendenti a tempo indeterminato o determinato con almeno sei mesi continuativi di servizio nell'anno. Dal 2026 l'accesso è annuale, per chi al 1° gennaio ha un rapporto di lavoro attivo da almeno sei mesi.
Firenze: fino a 1.000 euro e una piattaforma dal 1° ottobre
Firenze ha costruito il proprio piano in più tappe. A ottobre 2025 il Comune aveva annunciato 500 euro di welfare dal 2026, dentro un aumento di 12 milioni del salario accessorio per il triennio 2025-2027. A giugno 2026 l'importo è salito fino a 1.000 euro per dipendente.
Dal 1° ottobre 2026 è attiva la piattaforma di welfare, scelta aderendo a una gara della Città metropolitana. I dipendenti possono chiedere il rimborso delle spese previste dalla normativa e dal disciplinare del Comune, tra cui bollette, affitto e spese sociali, oppure usare buoni spesa.
Padova: welfare su base volontaria
Padova ha scelto un modello diverso. Con il contratto integrativo firmato il 19 dicembre 2025, chi aderisce destina 500 euro del premio di produttività al welfare, e il Comune aggiunge una quota pro capite e 100mila euro da ripartire tra gli aderenti, riporta Telenuovo. Lo stesso accordo ha reso stabili 3,6 milioni di euro nel Fondo risorse decentrate.
Bergamo: welfare sulla piattaforma
A fine novembre 2025 il Comune ha annunciato un credito welfare di circa 350 euro l'anno per ciascuno dei suoi 850 dipendenti, che presenta come totalmente esente da imposte e contributi. Il credito si usa su una piattaforma online che era prevista per la primavera 2026, con rimborsi di spese scolastiche, assistenza familiare, trasporto pubblico, previdenza integrativa e tempo libero (fonte: Comune di Bergamo).
Gli altri casi del 2026: dal welfare di vicinato ai piccoli Comuni
Nel 2026 il welfare è arrivato anche in enti più piccoli, spesso con formule proprie:
San Giovanni Lupatoto (Verona): la giunta ha previsto 30mila euro di welfare aziendale nel 2025 e, dal 2026, un incremento strutturale del Fondo di 130mila euro l'anno, destinato a produttività, indennità ed Elevate Qualificazioni.
Lumezzane (Brescia) ha stanziato 42mila euro di premi welfare in buoni spendibili solo nei negozi, nelle botteghe artigiane e negli studi professionali del territorio, esclusa la grande distribuzione. Il Comune lo chiama "welfare di vicinato": sostiene il personale e il commercio locale insieme.
Legnano (Milano) ha introdotto per la prima volta un piano di welfare aziendale da 500 euro l'anno per dipendente, per una spesa di circa 230mila euro fonte: (LegnanoNews).
Monte Argentario (Grosseto) ha inserito nel contratto decentrato, per la prima volta, un welfare integrativo fino a 500 euro a testa.
Zoagli (Genova) ha avviato una sperimentazione per il 2026 da 12.100 euro, finanziata con l'incremento del Fondo previsto dal Decreto PA.
Grosseto ha firmato il 14 ottobre 2026 il contratto integrativo 2026-2028, con un nuovo modello di welfare costruito a partire da un'indagine di ascolto rivolta al personale.
Secondo Percorsi di Secondo Welfare, esperienze simili si registrano anche a Belluno, Latina, Fiumicino e Nettuno.
Welfare negli enti locali: cosa dicono le amministrazioni
Per chi governa gli enti locali, il welfare è soprattutto una leva di attrattività: un modo per competere sul mercato del lavoro con risorse limitate.
A Lecco il sindaco Mauro Gattinoni ha legato l'accordo alla competitività dell'ente: "Con questo rinnovo il Comune dimostra di essere un'amministrazione competitiva, che intende diventare attrattiva, partendo dalla risorsa più importante di cui dispone, cioè le persone". È la risposta più diretta ai numeri IFEL da cui parte questa guida: se il problema è trattenere e reclutare personale, il welfare diventa un argomento in più da spendere con chi valuta un posto in Comune.
A Perugia la sindaca Vittoria Ferdinandi ha portato la scelta sul piano politico, rivendicandola come "un investimento sul valore del lavoro pubblico in un tempo in cui i Comuni vengono ancora trattati come la Cenerentola della pubblica amministrazione". E ha aggiunto: "Il bilancio è lo strumento più politico che abbiamo: quando la coperta è corta bisogna decidere dove tirarla. Noi abbiamo scelto di tirarla dalla parte delle persone che ogni giorno fanno vivere l'Ente".
L'immagine della coperta corta rende esplicito il vincolo dietro questi accordi: le risorse sono limitate, e destinarle al welfare significa scegliere una priorità. Lo ha detto anche il direttore generale del Comune, Roberto Gerardi, ricordando che il salario accessorio degli enti locali era "sostanzialmente fermo al 2017". Il dirigente dell'Area Risorse, Mirco Rosi Bonci, ha chiarito la natura della misura: il Comune mette a disposizione servizi e rimborsi, e "l'Amministrazione non eroga somme in busta paga". Per chi riceve il budget è una differenza concreta: il valore arriva solo se i servizi offerti corrispondono a spese che si sostengono davvero.
A Firenze l'assessora al Personale, Laura Sparavigna, all'avvio della piattaforma, ha presentato il welfare come uno strumento per la conciliazione e il benessere organizzativo, oltre che di sostegno economico. Una lettura che sposta l'attenzione sul tipo di servizi messi a disposizione.
Domande frequenti sul welfare negli enti locali
Un Comune può offrire il welfare aziendale ai propri dipendenti?
Sì. Il welfare integrativo era già previsto dall'art. 82 del CCNL Funzioni Locali 2019-2021 e oggi è disciplinato dall'art. 45 del CCNL 2022-2024. Attivarlo resta una scelta dell'ente: le misure si decidono nella contrattazione integrativa.
Il welfare dei dipendenti comunali rientra nel tetto del salario accessorio?
Le risorse aggiunte al Fondo risorse decentrate per il welfare rientrano nel tetto del 2016, come ha stabilito la Legge di Bilancio 2025, salvo quelle previste da specifiche disposizioni di legge o da previgenti norme di contratto nazionale. Il Decreto PA (art. 14, comma 1-bis, d.l. 25/2025) consente però di aumentare la parte stabile del Fondo in deroga al tetto, e secondo la circolare RGS del 27 giugno 2025 quella parte può finanziare il welfare integrativo.
Fino a quanto si può aumentare il Fondo risorse decentrate?
Fino a quando la parte stabile del Fondo, sommata alle risorse per le Elevate Qualificazioni, raggiunge il 48% della spesa 2023 per gli stipendi tabellari. L'ente deve anche restare entro i valori soglia della capacità assunzionale, verificare la sostenibilità pluriennale e ottenere l'asseverazione dei revisori.
L'aumento del Fondo previsto dal Decreto PA vale anche per i dirigenti?
No. La misura riguarda solo il personale non dirigente di regioni, province, città metropolitane e comuni, e resta a carico dei bilanci locali.
Quanto vale il welfare aziendale nei Comuni?
Negli esempi raccolti si va da circa 350 euro per dipendente a Bergamo fino a 1.000 euro a Lecco e Firenze. A Perugia il budget individuale è di circa 400 euro, a Legnano di 500 euro l'anno, a Monte Argentario fino a 500 euro.

Autore
Communication Lead di Tundr. Giornalista economico, ex news editor di LinkedIn e contributor del Sole 24 Ore e di Wired. Scrive di welfare aziendale, fringe benefit e lavoro.
